Personale di Fausto Deganutti in Venezia

Sudari

Mostra personale presso la
Galleria Bonan Studio d’Arte
in Venezia S. Croce 1168/A
dal 1° luglio al 16 luglio 2009

percorso dalla Stazione di Venezia

Fausto Deganutti si presenta con una veste completamente rinnovata per quest’esposizione che si tiene in concomitanza con la discussione della sua tesi di diploma all’Accademia di Belle Arti.
Mentre però per il lavoro di tesi ha continuato ad esperire una tematica che da parecchio tempo lo ha affascinato, ovvero la pittura astratta ed in particolare quella di Kandinskij, nelle sue opere pittoriche si registra ciò che Heidegger chiamerebbe un Kehre, una svolta.
Il colore, rispetto alle opere precedenti, continua a essere elemento principe della struttura compositiva, ma diverso è il modus operandi e, ovviamente, molto diversi sono gli esiti struttivi.
Infatti mentre in opere precedenti il colore si stende mediante pennellate uniformi e compatte, a volte echeggianti il linguaggio compositivo futurista, ora il colore viene steso in modo discontinuo a volte con una pennellata carica di colore, materica, a volte invece con una pennellata piatta che non vuole coprire completamente la tela la quale, così trattata, sembra quasi evidenziare una tensione emozionale drammatica, lacerata.
L’opera in tal modo composta evoca quella forza dirompente che è, per dirla con Bergson, l’elain vitale, slancio che non è mai tranquillamente convogliato verso un’unica direzione, ma che invece a volte travalica i sentieri tracciati e più facilmente percorribili per addentrarsi su terreni aspri e difficili.
In altri termini le modalità portanti delle opere qui esposte sembrano voler raccontare la vita tout-court che, come si sa, è costellata di gioie, dolori, drammi, speranze, confinando il suo stesso limite con la morte, evento opposto ma, paradossalmente, ad essa complementare.
A suffragio di ciò i colori sono squillanti, pur presentando un contorno scuro che sembra lasciare a stento emergere da una tela straripante, che deborda il confine stesso dell’opera, elementi propri del corpo umano quali le mani, il viso, gli occhi.
Per esempio, sia in “Mano sul futuro” che in “Sguardo sul futuro”, le mani, lo sguardo appunto, si rivelano essere elementi definiti espressionisticamente, esageratamente abbozzati in modo da sottolineare che l’individuo, così simbolicamente rappresentato, non può mai essere artefice ultimo e pienamente consapevole del proprio destino, sottomesso com’è a quell’imprevedibile e vincente forza che è, ancora, la vita.
Il caso domina il destino di ciascuno, così come sottolinea l’opera “Annunciazione” in cui il volto e le mani ancora registrano un evento improvviso e straordinario qual è il messaggio che la materia cromatica veicola con decisione. La distruzione e la morte emergono anche attraverso la presenza di pezzi di tela simbolicamente alludenti al sudario che avvolge e ricopre ogni cosa.
L’artista ricorda l’ineluttabilità della morte senza però indulgere ad una visione pessimistica, ma sottolineando invece la naturalità che costituisce l’inesorabile divenire delle cose.
È proprio l’elemento cromatico a ricondurre il riguardante in una dimensione emotiva in cui la speranza non cede comunque alla disperazione.

Marina Manfredi